2014-11-07

Stupri di Stato


PANE E MIMOSE

Abusi di gruppo su bambine in India, una legge che tappa la bocca alle vittime di violenza domestica in Afghanistan, un codice penale che in Marocco fa sconti alla violenza se perpetrata su ragazze non vergini. Gli abusi sulle donne non costituiscono un reato in molti Paesi del mondo; alcuni addirittura giustificano gli abusi e, in qualche modo, "invitano" a commetterli. Perfino nelle "illuminate" Danimarca e Finlandia.

 

Quando avrete finito di leggere questo articolo in Italia ci saranno 25 donne in più vittime di violenza di genere, sia essa fisica, sessuale, verbale o psicologica. Una ogni 12 secondi, 290 alla fine del giorno (dati Eures 2013).


Per fermare il contatore, lo Stato spende 6,3 milioni di euro all'anno in prevenzione. Non sono niente se paragonati ai costi – e parliamo solo di quelli economici - che ha la violenza sulle donne: 17 miliardi di euro all'anno spesi tra spese sanitarie, assistenza psicologica, farmaci, gestione delle denunce, spese legali, servizi sociali, centri antiviolenza e mancata produttività. Lo ha calcolato Intervita Onlus nel rapporto appena pubblicato "Quanto costa il silenzio?".
Certo, il nostro Paese si sta muovendo per affrontare il problema. Il 9 ottobre del 2013 è diventato legge il “Decreto Femminicidio” che ha introdotto, tra le altre cose, le aggravanti per le violenze compiute all'interno di una relazione affettiva, ai danni di donne incinte o sotto gli occhi di un minore. Ed è di questi giorni la notizia dell'approvazione, nella Giunta Regionale del Lazio, di un protocollo per l'attivazione di un “Codice Rosa” al pronto soccorso, riservato alle vittime di violenza. Ma non è che un primo, timido passo: il protocollo dovrebbe essere diffuso in tutto il Paese, in ogni Asl.

Con la violenza non si fanno i conti solo nelle corsie degli ospedali; va dallo schiaffo allo stupro, ma può manifestarsi subdolamente a livello economico, psicologico, perfino legislativo. È violenza ogni forma di controllo sull’autonomia economica di una donna: si chiama abuso economico e punisce l'impedimento al tentativo di cercare un lavoro per rendersi indipendente, l'abbandono economico della moglie quando è lui a tenere il portafoglio in tasca, la mancata corresponsione del denaro per piccole spese di casa, l'estorsione di soldi e l'utilizzo improprio del denaro famigliare (al gioco d'azzardo, per esempio), come anche la mancata corresponsione dell’assegno per il mantenimento dei figli. È violenza quando il datore di lavoro, prima di assumere una donna, le chiede se pensa di avere figli. È violenza il mancato congedo di maternità ed è violenza il divieto di aborto per le gravidanze frutto di stupro o incesto, come avviene inArgentina e nella vicina Gran Bretagna (fonte: The Guardian). Quel che più sorprende, infatti, è che la mancata tutela legislativa è diffusa in paesi democratici e "illuminati" che la visione comune crede in un certo qual modo più sensibili al tema. Se indigna, ma purtroppo non sorprende, il fatto che nel sud est asiatico almeno 1 uomo su 10 abbia stuprato una donna o una ragazza (lo dice una ricerca condotta su 10mila uomini dalle Nazioni Unite), stupisce che inSvezia più di 1 ragazza su 3, tra i 18 e i 29 anni, sia stata vittima di un atto sessuale contro la sua volontà (ricerca dell'Università di Lund su 7mila donne). O che in Danimarca la legge sulla violenza domestica non comprenda i casi in cui la coppia non sia sposata; se lui picchia lei dentro casa, ma non è suo marito, la legge non può punirlo per questo reato specifico.

Il primo passo per combattere la violenza contro le donne è fare sì che questa sia considerata un reato specifico. A oggi sono 603 milioni le donne che vivono in Paesi dove questo non accade. Lo afferma Julie Broussard, a capo della sezione cinese di Un Women, organizzazione delle Nazioni Unite dedicata alla promozione dell'eguaglianza di genere e a dare alle ragazze maggiori opportunità per combattere ogni forma di discriminazione.

Sono ancora troppi i Paesi i cui i codici penali non prevedono il reato di violenza domestica o di violenza sessuale. Non solo: in alcune parti del mondo esistono leggi che di fatto, in modo più o meno cosciente, danno un placet alla abusi sulle donne, agli stupri perpetrati all'interno di una famiglia e a chi punisce con la violenza l'indipendenza femminile. Una su tutte la legge secondo cui lo stupratore può evitare la pena sposando la sua vittima, in vigore in alcuni Paesi africani.
Il Parlamento del Marocco ha fatto un grande passo in avanti abolendo, il 23 gennaio scorso, la norma sul "matrimonio dopo lo stupro", da noi tradotta in modo inappropriato come "matrimonio riparatore". La legge aveva portato molte ragazze a suicidarsi pur di non sposare il proprio aguzzino. Tra queste Amina Filali, 16 anni, che nel 2012 si è tolta la vita con il veleno per topi: la sua vicenda ha sicuramente giocato un ruolo importante nel dare una spinta all'iter legislativo. Eppure, come ricorda Amnesty International, sono ancora tante le cose da cambiare nel Codice Penale marocchino: l'art. 487, che non riconosce il reato di stupro all'interno del matrimonio escludendo così la possibilità di punire la violenza domestica; il 488, che fa differenza tra le vittime di stupro a seconda che siano vergini o meno; e il 490, finalizzato a punire gli adulti che, pur consenzienti, abbiano rapporti sessuali senza essere sposati. L'appello lanciato dalla ONG per spingere il Parlamento marocchino a proseguire il cambiamento in difesa delle donne è ancora aperto: www.amnesty.it/marocco_legge_violenza_sessuale

In Afghanistan, invece, manca solo la ratifica del presidente Hamid Karzai per far sprofondare in un incubo le donne e le ragazze vittime di violenza. Il Parlamento ha infatti approvato una piccola modifica al Codice Penale che vieta ai parenti degli imputati di testimoniare al processo. In pratica, se la legge fosse firmata da Karzai (il presidente si è detto disponibile ad apportare alcune revisioni sotto pressione della comunità di attivisti internazionali, al momento in cui scriviamo nulla è deciso), le case delle famiglie afghane diventerebbero zona franca e le donne vittime di violenza sarebbero messe a tacere. Per legge.

In India, dove stupri di gruppo su bambine e donne sono ormai all'ordine del giorno, stupisce la decisione presa dal consiglio di un villaggio dello Stato orientale del Bihar, lo scorso dicembre, di vietare l'uso di telefoni cellulari alle ragazze non ancora sposate spogliandole di fatto (pochissime, comunque, potrebbero permetterselo) dell'unico strumento di "difesa". Il governo centrale ha sollevato deboli critiche, ma non ha mosso un dito.

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